La dipendenza da social network. Ne parliamo con lo Psicoterapeuta Giuliano Gaglione

NAPOLI, 5 MAGGIO 2020 – Ritmi convulsi per il raggiungimento di ambiti traguardi, giornate al cardiopalmo e produttività lavorative sempre più ambiziose caratterizzano la quotidianità dell’uomo del ventunesimo secolo. Eppure, nonostante l’attenta programmazione delle attività da realizzare, la priorità di una giornata tipo di alcuni individui sembra che sia cosa postare sui social network e quanti like abbia ottenuto un’immagine o un pensiero scritto sul muro della bacheca virtuale. Non è cambiato molto, anzi, forse durante questo lungo periodo di lockdown la situazione potrebbe anche essere peggiorata.

L’operazione di condivisione e la fase del controllo non prevedono fatica fisica. Su un social non si scrive di certo con strumenti primitivi, basta possedere uno smartphone o un altro dispositivo che disponga di una connessione dati. Lo sforzo può essere mentale. Controllare ripetutamente e quasi ossessivamente cosa scrivono i nostri amici, i detrattori, i personaggi che ci interessano, o peggio ancora gli ex che si sono rifatti una vita, potrebbe implicare un dispendio di energie tale da sottrarre tempo alle azioni della vita concreta.

Scopriamo, grazie al Dottor Giuliano Gaglione – Psicologo clinico e Psicoterapeuta – quali fattori spingono alcuni individui alla dipendenza da social network e a quali rischi esponiamo il nostro benessere psicologico.

Dottor Gaglione, cosa si intende per dipendenza da social network e quali differenze si riscontrano con altri tipi di dipendenza?

“Nel momento in cui si assiste ad un fenomeno di ‘dipendenza’, la persona non può fare a meno di qualcuno o qualcosa; la situazione diventa più seria quando si tramuta in un vero e proprio disagio che interferisce con le attività quotidiane. Attualmente si assiste ad un processo mentale per cui alcune persone non possono esimersi dall’esibirsi o osservare le attività sui social proprio per assolvere quel bisogno di “vedere e vedersi” per confrontarsi, trascurando talvolta il fatto che i social rappresentano una vetrina, una finestra non sempre autentica della realtà, non la realtà stessa. I social si osservano con gli occhi, la realtà la si tocca con i piedi”.

Dal punto di vista nosografico non si tratta di una patologia. A cosa è dovuta la scelta di non inserire nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) tale problematica?

“Il DSM 5 annovera tra i suoi disturbi l’Internet Addiction Disorder, il quale comprende aspetti differenti a seconda della tipologia di uso della rete: tutti questi elementi hanno come rischio quello di tramutare le relazioni interpersonali. In particolare queste ultime possono non essere corrispondenti totalmente alla realtà e, nel momento in cui si assiste a relazioni virtuali poco consone, disfunzionalmente controllate, si può manifestare una vera e propria dipendenza”.

Quali sono gli effetti per il nostro equilibrio e benessere psicologico?

“Gli effetti psicologici variano a seconda dell’utilizzo del social, ossia: nel momento in cui questi ultimi vengono utilizzati in una maniera che consentono globalmente uno stato di benessere ed equilibrio, il problema non sussiste; altresì si verifica uno stato di disagio proprio quando la persona non riesce a fare a meno dello strumento tecnologico, al punto tale che, quando si distacca, necessita incessantemente di riappropriarsene per controllare cosa avviene nella rete sociale virtuale”.

Per quale motivo, alcuni individui sentono il bisogno di postare sui social ogni aspetto della loro vita? Quale inconscio messaggio si cela dietro questo comportamento?

“A mio avviso esistono due tipologie di “dipendenti sociali”: coloro che sentono il bisogno di osservare e quelli che necessitano di essere osservati. Questi ultimi rientrano in una categoria per cui l’aspetto iconico rappresenta un passepartout per valere come persona, del tipo “Appaio ergo sum”, per cui si mostrano per “essere visti” e, perché no, per autocelebrarsi. Attenzione, in questa stessa risposta ho menzionato anche un’altra categoria (chi sente il bisogno di osservare), perché entrambe formano una sorta di “crossing-over” in cui il bisogno dell’uno dipende necessariamente dal bisogno dell’altro; prese singolarmente, entrambe le tipologie, non hanno ragione di esistere”.

Secondo quanto da lei riscontrato, in questo periodo di isolamento sociale imposto per evitare la diffusione e il contagio del Coronavirus, si è registrato un aumento dell’utilizzo dei social?

“Considerando l’emergenza sanitaria, l’utilizzo dei social, se risulta vantaggioso per il benessere psichico, può essere strumento utile non solo per trascorrere il tempo tra le proprie mura domestiche, ma anche per comunicare, socializzare. Quello che mi preme sottolineare è il seguente messaggio:  anche se si utilizzano i social ed anche se dobbiamo stare in casa per motivi assolutamente seri, cerchiamo di impiegare il nostro tempo in attività che possano essere quanto più aderenti alle nostre quotidianità”.

Cosa stanno postando, più frequentemente, le persone durante la quarantena e cosa spiegherebbe la scelta dell’argomento?

“Fisici, corpi, tanto allenamento e tante notizie sulla quarantena. Dire di aggiustare leggermente  il tiro. Va bene il detto “mens sana in corpore sano”: quindi mettiamo un like ai workout, anche con mezzi “fai da te”. Tuttavia se aggiungessimo anche qualche altro (perché ce ne sono, ndr) tutorial, stato o post riguardante anche la salute mentale tout court non sarebbe cosa sgradita. Per quanto riguarda tutti gli scritti relativi al fenomeno COVID-19:

Sì: condivisioni di eventi salienti

Sì: commenti agli eventi salienti

No: a pronostici o previsioni da fonti non esperte”.

Ora, affronterei due temi: la fragile autostima e il narcisismo. Quando la causa di un uso smisurato e, a tratti quasi ossessivi, è ascrivibile a questi due importanti costrutti?

“Personalmente ritengo che i due termini rappresentano le cime di una stessa fune: adesso analizziamo insieme il termine “autostima”. Esso può significare il valore che un individuo dà alla propria persona. Quando quest’ultima viene “esasperata” attraverso un utilizzo eccedente dei social, porta con sé, proprio come il tiro alla fune, anche un’autostima inizialmente non elevata, cosicchè possa raggiungere un punto accettabile per la persona”.

Qual è l’impatto che un utilizzo prolungato dei social ha sui giovani?

“MI viene da dire d’emblée che si tramutino in avatar, in icone mediatiche che non contano più le relazioni in base alla qualità ma al numero (di follower). Ripeto, il disagio non sussiste nell’utilizzo dei social o meno, ma della modalità dell’uso stesso; bisogna correre ai ripari quando la persona ha un rapporto disequilibrato con tale strumento, se tale relazione comporta malessere. Un utilizzo prolungato potrebbe avere più probabilità di distacco dalla realtà, ma il vero termometro della psiche è la consapevolezza del disagio e ciò prescinde dai tempi di utilizzo di tale strumento”.

Dal punto di vista terapeutico, come viene trattata la dipendenza da social? 

“Io sono di orientamento sistemico-relazionale, pertanto mi baso sui miei studi e sulla mia esperienza: nel mio caso oltre ad analizzare i sintomi, ossia i segnali tangibili di malessere, vado a contestualizzare la relazione disfunzionale che si verifica tra l’individuo e lo strumento. In particolare oltre a chiedere del disagio, cerco di contestualizzarlo, ossia pongo delle domande che se da un lato non etichettano la persona come “dipendente da social”, dall’altro vado ad approfondire da quanto tempo è sorto, in quali orari particolari, in quali luoghi e così via. Inoltre, vi sono delle domande “apripista” che a mio avviso esplorano le relazioni che interrcorono tra l’individuo ed i suoi sistemi di riferimento, che rappresentano canali fondamentali utili per una diagnosi relazionale che di per sé potrebbe assumere un effetto terapeutico sul soggetto”.

Si ringrazia il Dottor Giugliano Gaglione

Luigi Cacciatori

Per l’immagine di copertina si ringrazia Alessandra Angelini

Profilo dell'autore

Luigi Cacciatori
Luigi Cacciatori
Giornalista pubblicista. Ha una laurea in Economia Aziendale e successivamente ha conseguito una seconda laurea in Scienze dell’Amministrazione e della Sicurezza. Appassionato di Crime e studi sull'omicidio seriale, ha conseguito un master in Criminologia presso l’Università "Sapienza" di Roma. Collabora con la testata giornalistica InfoOggi.it

Luigi Cacciatori

Giornalista pubblicista. Ha una laurea in Economia Aziendale e successivamente ha conseguito una seconda laurea in Scienze dell’Amministrazione e della Sicurezza. Appassionato di Crime e studi sull'omicidio seriale, ha conseguito un master in Criminologia presso l’Università "Sapienza" di Roma. Collabora con la testata giornalistica InfoOggi.it

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