“Vivere al cospetto della Morte”, il primo libro della Criminologa Anna Vagli

“Vivere al cospetto della Morte: Scelte di fine vita nel fine vita”. Intervista alla Criminologa Anna Vagli 

L’uomo libero è colui che può scegliere, ovviamente nel rispetto delle norme e senza che le sue decisioni arrechino un danno ad altri individui. Solitamente, ognuno di noi vive la propria esistenza prendendo decisioni per ottenere benefici e garantire a noi stessi il soddisfacimento dei più variegati bisogni, frutto di molteplici motivazioni. Pertanto, dovremmo avere potere decisionale anche sulla nostra morte. Ma a quali condizioni l’essere umano può scegliere quando terminare il viaggio terreno e tornare ad essere un individuo libero e, forse, vivere per sempre? Se l’uomo è la sua anima, e questa esiste anteriormente alla permanenza terrena, morire potrebbe significare tornare ad essere immortali. Per chi non sposa questa visione, la morte rappresenta invece l’epilogo di tutto. La fine definitiva e irreversibile.

Vivere al cospetto della Morte: Scelte di fine vita nel fine vita”, il libro della Criminologa Anna Vagli – giurista, scrittrice, commentatrice di fatti di cronaca nera per molte testate giornalistiche – è un inno alla libertà e racconta la vicenda di chi ha trovato una nuova vita nella morte.

L’opera non è un mero inno al suicidio e non svaluta in alcun modo l’esistenza umana. Si pone come un’attenta riflessione sul tema in un’ottica giuridica, ponendo l’accento sui diritti di chi abbia la manifesta volontà di togliersi la vita. A patto che esistano determinate circostanze.

Dottoressa Vagli, nella prima parte del suo libro lei si interroga sul significato dell’esistenza. Qual è il suo punto di vista?

“Credo che la maggior parte di noi tenda frequentemente a scacciare il pensiero della morte. D’altra parte siamo esseri umani e questo ci rende inevitabilmente proiettati verso la vita. Certamente dovremmo essere felici ogni giorno per l’opportunità di vivere che c’è stata data da Dio, dal Cosmo o da qualunque altra cosa in cui crediamo però, al contempo, sono convinta che in talune circostanze la nostra esistenza possa diventare un vero e proprio incubo. Per questo si dovrebbe considerare la possibilità che in una certa fase della vita la sofferenza e la malattia possano svuotare di senso la nostra stessa esistenza”.

A nessuno dovrebbe essere imposto di vivere nel dolore. Il concetto che lei afferma si riferisce e si esaurisce soltanto ad una patologia degenerativa e invalidante, nonché irreversibile, o può essere esteso anche ad altre sfere dell’esistenza?

“Si tratta di un aspetto che batte un terreno difficile e divide fortemente chi esprime opinione favorevole e chi esprime opinione contraria rispetto alla legalizzazione delle pratiche eutanasiche. Nel mio libro considero la condizione di persone malate terminali, affette da patologie invalidanti ed irreversibili proprio perché il messaggio che voglio far passare è che non si sta parlando di legalizzare sempre e comunque la morte assistita. La situazione di ogni persona dovrebbe infatti essere valutata singolarmente senza privare dei trattamenti sanitari tutti coloro che in nessun caso vorranno avvalersi di pratiche di fine vita. Per questo è necessaria una normativa puntuale finalizzata a prevenire qualsiasi tipologia di abuso. E per abuso intendo anche la possibilità di ricorrere alla morte assistita per le persone che versino in un grave stato di matrice depressiva. Possibilità di fatto negata anche nei Paesi europei ove oggi l’eutanasia è legalizzata”.

Cosa l’ha spinta a scegliere il fine vita come tema del suo libro?

“La storia di Fabiano Antoniani. Il suo video-messaggio mi ha profondamente colpita e mi ha portato a riflettere su che cosa avrei scelto se mi fossi trovata nella sua stessa situazione. Così ho iniziato a pensare al suo coraggio, alla vita e al significato che io stessa ho scelto di dargli. Così è nato Vivere al cospetto della Morte”.

Qual è la sua posizione riguardo il suicidio “legalizzato” e perché, secondo lei, è necessario che il paziente sia pienamente capace di decidere?

“Io credo che ogni persona debba poter essere libera di autodeterminarsi fino alla fine dei propri giorni e, in tal senso, anche di porre fine alla propria esistenza se questa è ormai divenuta logora e se la scelta è dettata da una volontà inamovibile. Con ciò non voglio dire che in certe situazioni sia sempre meglio morire, ma sto semplicemente affermando che ogni essere umano possiede l’inalienabile diritto di scegliere come vivere e come morire. Ed è proprio di questo diritto che occorre discutere prima di interrogarci sul concetto di buona morte”.

Quali emozioni ha provato durante la raccolta del materiale e la stesura del libro? 

“Scrivere questo libro mi ha permesso di fare un viaggio introspettivo maturando in me una nuova consapevolezza. Sono stati mesi impegnativi e per certi versi non facili proprio per le tematiche che ho affrontato. Toccare con mano, grazie ai racconti di chi ancora vive, la sofferenza di coloro che hanno vissuto in prima persona l’esperienza della malattia terminale mi ha indotto ad apprezzare ancora di più le piccole cose che la vita offre. Spesso siamo talmente presi dalla frenesia degli impegni quotidiani che non riusciamo a goderci ogni singolo istante. In fondo, si va in scena una volta sola sul palcoscenico della vita ma talvolta ce ne dimentichiamo. Per questo ritengo che il mio libro non sia in realtà un libro sul morire quanto piuttosto un inno alla libertà ed alla consapevolezza”.

Quali casi ha scelto in “Vivere al cospetto della Morte” e perché?

“Dopo aver seguito la storia di Dj Fabo, documentandomi, sono venuta a conoscenza della battaglia di Irene Landolfi e Davide Trentini. In particolare, sono rimasta profondamente colpita dal coraggio di Irene. Forse perché era mia coetanea o forse perché non potevo immaginarmi che a ventotto anni si potesse avere così tanta forza di fronte alla diagnosi di un tumore che non lascia scampo. Racconto anche la vita di Welby ed Englaro, che sono stati i primi a promuovere la libertà di scegliere fino alla fine dei propri giorni. Il perché ne parlo è semplice. Credo che quando ci affliggano sofferenze come quelle che hanno colpito Welby, Antoniani, Trentini e la stessa Irene non sia così scontato renderle pubbliche. Loro lo hanno fatto per garantire agli altri una libertà che è stata loro negata. Trovo che questo sia davvero altruistico”.

Il 25 settembre 2019, la Corte Costituzionale si è pronunciata riguardo la non punibilità dell’aiuto al suicidio, dettando condizioni specifiche e inderogabili. Le potrebbe annoverare?

“Anzitutto mi consenta di ringraziare Marco Cappato. Grazie alla sua disobbedienza civile oggi siamo davvero tutti un po’ più liberi. Lo sappiamo, la Corte Costituzionale si è pronunciata sul caso dello stesso Cappato, che rischiava fino a 12 anni di carcere per aver accompagnato a morire in Svizzera Fabiano Antoniani, quarantenne dj milanese divenuto cieco e tetraplegico a seguito di un incidente stradale. A Cappato è stato infatti contestato il reato previsto dall’articolo 580 del codice penale che incrimina chiunque istighi o aiuti al suicidio. In tal senso, la Consulta ha stabilito che non è punibile, a determinate condizioni, chi “agevola l’esecuzione del proposito suicidario, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. E’ solo un passo avanti ma è così che si comincia”.

Quanto è faticoso per una giovane donna preparata, intelligente e bella farsi spazio tra gli iconici personaggi della Criminologia italiana?

“Anzitutto la ringrazio per la stima. Certamente è una bella sfida perché la concorrenza è spietata ma non sono solita mettermi in competizione. Penso infatti che la chiave del successo in qualsiasi campo sia la formazione costante. Rapportarsi antagonisticamente agli altri è a mio avviso solo un dispendio negativo di energie mentre il perfezionamento continuo permette di tagliare un traguardo dopo l’altro”.

Lei analizza molte storie di cronaca nera da un punto di vista criminologico. È una delle più agguerrite sostenitrici della colpevolezza di Massimo Bossetti. Potrebbe essere questo il tema del suo prossimo libro? 

“Sul caso Bossetti si è detto e scritto di tutto. Ormai si sono create vere e proprie fazioni di innocentisti e colpevolisti. Quest’estate sono stata bersaglio di numerose critiche e numerosi attacchi personali, ma credo che faccia parte del sistema. Dopo aver studiato tutti gli elementi in sentenza, da giurista, credo che Bossetti sia colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma questo non lo sostengo soltanto io. Sono passati tre gradi di giudizio! Quanto al prossimo libro, non escludo niente. Scrivere è la mia passione e credo anche la mia strada”.

 

Si ringrazia la Dottoressa Anna Vagli

Luigi Cacciatori

Profilo dell'autore

Luigi Cacciatori
Luigi Cacciatori
Giornalista pubblicista. Ha una laurea in Economia Aziendale e successivamente ha conseguito una seconda laurea in Scienze dell’Amministrazione e della Sicurezza. Appassionato di Crime e studi sull'omicidio seriale, ha conseguito un master in Criminologia presso l’Università "Sapienza" di Roma. Collabora con la testata giornalistica InfoOggi.it

Luigi Cacciatori

Giornalista pubblicista. Ha una laurea in Economia Aziendale e successivamente ha conseguito una seconda laurea in Scienze dell’Amministrazione e della Sicurezza. Appassionato di Crime e studi sull'omicidio seriale, ha conseguito un master in Criminologia presso l’Università "Sapienza" di Roma. Collabora con la testata giornalistica InfoOggi.it

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