Tratti di personalità di un bambino psicopatico. Intervista allo Psicologo Marco Magliozzi

ROMA, 19 LUGLIO 2018 – Lo psicopatico rappresenta la forma maligna di una personalità antisociale. È un predatore intraspecie, difetta di coscienza morale, manca di umanità, senso di colpa, rimorso, non presenta le normali risposte fisiologiche associate alla paura e, tra l’altro, è spinto dall’intenso desiderio di ottenere ciò che vuole. Un soggetto affetto da Psicopatia, inoltre, tende a manipolare e ingannare il prossimo, considera gli altri come degli ‘oggetti’ dai quali trarre vantaggio o soddisfare un impulso.

Senza addentrarci negli aspetti più tecnici di una mente ottenebrata, ma sempre lucida ed in grado di distinguere tra realtà e fantasia, ci siamo rivolti al Dottor Marco Magliozzi – Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto in Criminologia – per capire se i deficit emozionali che identificano un soggetto affetto da Psicopatia siano già presenti nell’infanzia e quale potrebbe essere l’eziologia del disturbo.

Dottor Magliozzi, cosa si intende per Psicopatia?
“L’argomento che hai scelto di approfondire è senza dubbio importante e interessante. Cosa è la psicopatia? Bella domanda. Piuttosto mi chiederei, cosa si intende quando affermiamo che una persona è psicopatica. Quante volte sento dire, anche nel mio studio, ‘mio marito è psicopatico’, oppure, ‘mia moglie è psicopatica!’. E tanti altri esempi. Psicopatia è un termine utilizzatissimo nel gergo comune, ma forse pochi ne conoscono il vero significato. La psicopatia indica una ‘malattia della mente’, come l’origine etimologica suggerisce, psico (mente) e pathos (malattia). Letto così, etimologicamente parlando, è un termine che può voler dire tutto e può voler dire niente. I malati di mente, i così detti ‘pazzi’, erano coloro che un tempo venivano ‘curati’ dapprima nei manicomi e successivamente, dopo l’approvazione della Legge Basaglia, nei centri di igiene mentale poi chiamati Centri di Salute Mentale.
Per chiarire cosa si intende quindi per psicopatia, in nostro aiuto accorrono i manuali dei disturbi mentali, tra i quali il più noto è indubbiamente il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders), ormai giunto alla sua quinta edizione. Secondo il DSM la psicopatia è un termine, per i motivi sopra elencati, ormai desueto, di utilizzo ancora comune certamente, ma desueto, per lo meno nella comunità scientifica. Già a partire dalla sua terza edizione (datata 1980), il manuale utilizza la più specifica definizione di: Disturbo Antisociale di Personalità. Un soggetto che soffre di tale disturbo mostra almeno tre dei seguenti tratti:
• Regolarmente viola o ostacola la legge;
• Costantemente mente ed inganna gli altri;
• È impulsivo e non pianifica in anticipo;
• Può essere predisposto alla lotta ed all’aggressività;
• Ha poco riguardo per la sicurezza degli altri;
• Irresponsabile, non rispetta gli obblighi finanziari;
• Mancanza di rimorso e/o senso di colpa;
• Mancanza di empatia;
• Affettività superficiale”.

Quali sono i tratti di personalità di un bambino psicopatico?
“La tua domanda necessita di una premessa: non esistono bambini psicopatici, bensì bambini potenzialmente psicopatici. In età infantile la diagnosi che viene utilizzata più spesso da molti autori è quella del Disturbo della Condotta. Sempre citando il DSM V, un soggetto con Disturbo della Condotta è quell’individuo che ha mostrato nel corso degli ultimi 12 mesi almeno tre delle seguenti caratteristiche in una o più delle relazioni sociali caratterizzanti la sua vita:
• Mancanza di rimorso e/o senso di colpa
• Mancanza di empatia
• Mancanza di preoccupazione riguardo alle proprie performance in ambito scolastico o in altre attività rilevanti (a seconda dell’età)
• Affettività superficiale.
Come si nota, questi tratti sono in comune con i tratti del Disturbo Antisociale di Personalità. Questo cosa vuol dire? Che un bambino al quale viene diagnosticato un DDC rischia di sviluppare, in età adulta, una ‘psicopatia’ vera e propria. La diagnosi, la prevenzione, il sostegno psicologico e, se necessario, anche psichiatrico, svolgono un ruolo fondamentale per far sì che ciò non avvenga”.

Quali sono i segnali predittivi di uno psicopatico in ‘erba’?
“Per rispondere a questa domanda andiamo proprio sul pratico, parliamo della vita di tutti i giorni, senza scomodare manuali diagnostici o altro. Un bambino che agisce in maniera aggressiva (verbale o fisica) verso altre persone (che siano membri della propria famiglia, gruppo dei pari o anche estranei) o che agisce in maniera aggressiva, spesso fisica, verso animali, ferendo i gatti del quartiere (ad esempio tagliando loro la coda), o magari legando i petardi alle code dei cani, o divertendosi ad uccidere piccole forme animali, come lucertole ecc., è da considerarsi uno psicopatico in erba? La risposta è ovviamente no. L’aggressività fa parte dell’essere umano. Ma se a queste dinamiche comportamentali aggiungiamo anche furti ai compagni di scuola, furti agli insegnanti, ai genitori, ai fratelli, violazioni di proprietà privata ecc., è da considerarsi l’idea di uno psicopatico in erba? La risposta è ancora no, ma se a queste dinamiche aggiungiamo anche distruzione di oggetti, propri o altrui, dovuti a rabbia o impeto, e magari tali gesti sono anche caratterizzati da totale o parziale mancanza di rimorso o senso di colpa, ecco che forse un genitore, un insegnante, un professionista (come uno psicologo) qualche domanda dovrebbe iniziare a porsela.
E se a tutti questi comportamenti notiamo anche un basso senso di colpa, o addirittura assenza di colpa o di rimorso, non bastano ancora degli indizi per diagnosticare un disturbo. E’ altresì importante stare attenti a qualsiasi comportamento ‘fuori norma’ che potrebbe far pensare ad un Disturbo della Condotta. Per citare la famosa scrittrice Agatha Christie, ‘Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova’.

Pertanto, anche nella tenera età è possibile scorgere mancanza di empatia?
“Per rispondere a questa domanda bisogna prima dare una definizione di empatia. L’empatia è quella capacità di percepire le emozioni e i sentimenti delle persone con cui entriamo in contatto e in relazione, dunque, in parole povere, è la capacità di mettersi nei panni dell’altro. E’ una capacità che ha origini innate. I bambini, a partire dai sette mesi, sviluppano i primi cenni di empatia comprendendo e rispondendo agli stati d’animo della madre e così via di tutte le persone a loro più vicine. Con il passare degli anni, con una adeguata educazione all’affettività, al pensiero, ai valori etico/morali, un bambino può sviluppare una sana empatia che lo aiuti a rapportarsi nella maniera migliore con le altre persone, che siano parenti, gruppo dei pari o insegnanti quando andrà a scuola.
E’ possibile che un bambino manchi di empatia? La risposta è sì, ma bisogna fare una specifica importante. In questa mia analisi, volontariamente non voglio considerare tutti quei bambini che, per cause di natura esclusivamente genetica o neurofisiologica, mancano di empatia. Parlo ovviamente di soggetti che soffrono ad esempio di autismo o di alessitimia (anche detto analfabetismo emotivo). Vorrei invece concentrarmi sui bambini che non riescono a sviluppare una sana empatia a causa della mancanza di stimoli positivi, di esperienze di vita costruttive, di un rapporto sano con i genitori magari caratterizzato da genitori spesso assenti o poco inclini all’accudimento. Ecco, il susseguirsi, in maniera costante e ripetuta, di stimoli negativi o di assenza di stimoli positivi, porterà il bambino al rischio di poter sviluppare un deficit dell’empatia. Questo, nella pratica, si traduce con una difficoltà ad entrare in contatto con le emozioni, sentimenti, stati d’animo di un’altra persona, rischiando, nei casi più gravi, di percepire l’altro come un ‘oggetto’. E un ‘oggetto’ può rompersi, se considerato tale”.

Il senso di colpa e il rimorso?
“Partiamo da un presupposto. Entrambi questi concetti sono sviluppati dal bambino proprio sulla base dell’empatia. Possiamo quindi dire che sono conseguenze, articolazioni dell’empatia stessa. Parliamo però in questo caso di consapevolezze o al massimo di emozioni ‘socializzate’. Il senso di colpa e rimorso si instaurano solo se siamo in grado di comprendere che, a causa delle nostre azioni o parole, un altro fuori da noi sta soffrendo. Va da sé che, in bambini con deficit o assenza di empatia, anche queste due funzioni possono risultare alterate.

Tornerei al concetto di empatia. Approfondiamo come si sviluppa
“L’empatia è dunque una capacità innata che accomuna tutti gli esseri umani e non solo. Ad esempio tratti di empatia possiamo scorgerli anche tra i primati o tra varie famiglie di mammiferi. L’empatia, così come la definiamo noi, inizia a mostrarsi intorno ai 2 anni di età. A partire dai 7 mesi, come anche accennato prima, il bambino risponde più che altro a causa di quello che Martin Hoffman chiama ‘contagio emotivo’, ovvero percepire ciò che accade agli altri come un qualcosa che accade a se stesso.
A partire dal primo/secondo anno il bambino risponde alle emozioni dell’altro in maniera “quasi-egocentrica” ovvero percependole come qualcosa diverso da lui, ma non del tutto.
Solo con lo sviluppo del linguaggio, verso i 3 anni e poi con la comparsa di una forma di pensiero più decentrato verso i 6-7 anni (l’età della scuola) si sviluppano nei bambini capacità empatiche più mature. Con esse aumenta la capacità di assumere una differenziazione fra gli stati mentali propri e altrui e di fornire un aiuto, come lo definisce Hoffman, appropriato alla specificità della situazione.
In adolescenza, infine, si svilupperebbe un’empatia che, oltre alla situazione contingente, valuterebbe le generali condizioni di vita e la persona nella sua globalità integrando valori e giudizi morali.
Quando si parla di empatia è doveroso ricordare anche una delle scoperte più importanti del secolo scorso: i neuroni specchio. Questi neuroni, scoperti ad inizio anni ’90 da un gruppo di ricercatori guidato da Giacomo Rizzolatti, rispecchiano il comportamento degli altri, come se l’osservatore stesse agendo personalmente e ciò aiuta a comprendere meglio il comportamento altrui. Non mi dilungo sull’argomento altrimenti avremo bisogno di un’ulteriore intervista (sorride, ndr).
Ci tengo solo a sottolineare che, nonostante l’empatia sia una capacità innata, il suo corretto sviluppo è fortemente connesso all’ambiente, alla qualità delle relazioni (soprattutto genitoriali), alle esperienze in famiglia o scolastiche, in sintesi a tutto ciò che concerne il mondo sociale del bambino”.

Narcisismo e sadismo sono alcuni dei nuclei accessori della Psicopatia. Potrebbe farci qualche esempio di comportamenti sadici o narcisistici esibiti da un bambino potenzialmente psicopatico?
“Il sadismo è, per definizione, il trarre piacere e soddisfazione nell’infliggere sofferenza (fisica o psicologica) ad altri soggetti, anche animali. Un esempio calzante riguarda senza dubbio comportamenti di violenza nei confronti di animali, che siano insetti, piccoli mammiferi o uccelli. Nei primi 6 anni di vita il bambino è curioso e sperimentatore ma nel contempo non ha ancora sviluppato una maturità sufficiente a capire che gli animali non devono essere usati come giocattoli e che possono soffrire. Staccare le zampe a un insetto o l’appendice di un giocattolo non cambia molto. Se questi atti di violenza si perpetrano anche dopo i 6 anni allora bisogna iniziare a cogliere questi primi segnali di allarme. Bisognerà stare ancora più attenti se il bambino inizia a mostrare comportamenti violenti anche nei confronti dei suoi compagni di classe, nei confronti di un fratello/sorella più piccolo o comunque di età ravvicinata.
Riguardo il narcisismo bisogna invece fare un discorso leggermente diverso dal sadismo. Fino ai 3 anni di vita il bambino è totalmente dipendente da chi lo cura, non può sopravvivere senza le cure dei genitori (o dei tutori) e ha bisogno, psicologicamente parlando, di essere visto e riconosciuto come la cosa più importante del mondo da parte della persona che lo accudisce. Possiamo affermare, passami il termine, che il bambino fino ai 3 anni di età vive un narcisismo ‘sano’, grazie al quale inizia anche a strutturarsi la sua autostima. A partire dai 3 anni di vita, un bambino ha più probabilità di diventare un narcisista se i suoi genitori lo sopravvalutano costantemente, suggerendogli l’idea di essere speciale rispetto agli altri.
Non sono rari anche i narcisisti che io chiamo ‘fai-da-te’, ovvero tutti coloro che, al contrario di quelli menzionati prima, si strutturano come narcisisti come reazione ad un rapporto genitoriale assente o denigrante. Si creano, quindi, una forte struttura narcisistica per difendersi dai continui attacchi esterni o dalla totale mancanza di stimoli positivi.
Un esempio di bambino narcisista ‘in erba’ lo troviamo in tutti coloro che usano la menzogna come abitudine, si auto-ingannano pur di supportare la falsa immagine di se stessi, attuano comportamenti persuasivi, a volte intimidatori, pur di proteggere la propria persona da rifiuti, umiliazioni, sconfitte. Non amano perdere, cercano quindi sempre la vittoria, di arrivare primi, dando molta più importanza a ciò che pensano gli altri rispetto a loro stessi.
Tengo sempre a sottolineare che tutti questi segnali sono solo campanelli di allarme. Viviamo, ahimé, in un mondo di allarmismi e errate interpretazioni, dove le diagnosi fai da te vengono fatte su internet. Qualsiasi segnale che possiamo cogliere nei nostri figli o nei bambini che seguiamo come tutori, insegnanti, professionisti, va sempre connesso alla totalità di tutti i fattori che fanno parte del mondo del bambino”.

Tra i fattori sociali che potrebbero originare il disturbo psicopatico, molti autori annoverano stili di parenting freddi e rifiutanti o una disciplina rigida, incostante ed estremamente punitiva. Ne è concorde?

“Una domanda difficile, Luigi. Senza ombra di dubbio ogni essere umano è, in buona parte, il risultato della sua relazione con i propri genitori. Lo stile di parenting contribuisce a formare il nostro carattere, la nostra personalità, il nostro relazionarsi con l’altro, il nostro sistema di valori/convinzioni. Riguardo il Disturbo Antisociale di Personalità sono propenso a pensare che la freddezza ed il rifiuto siano tra le variabili più importanti. Non a caso la mancanza di empatia, di senso di colpa, di rimorso, di preoccupazione per l’altro, sono caratteristiche di una personalità fredda e distaccata. Un imprinting di questo genere aumenterebbe quindi le probabilità di generare questo tipo di disturbo, soprattutto se poi al bambino non vengono date occasioni per sperimentare altri tipi di attaccamento (es. con altri parenti, come i nonni, o altri tutori, ecc.), egli avrà come esempio solo e soltanto quello genitoriale”.

Esistono protocolli terapeutici per il trattamento del disturbo durante l’infanzia?

“Più che protocolli sarebbe opportuno parlare di linee guida che ogni psicoterapeuta dovrebbe seguire quando e se avrà modo di seguire un bambino potenzialmente ‘psicopatico’. Uso volontariamente il se in quanto è veramente raro che un bambino chieda ai genitori di andare da uno psicoterapeuta, sia perché non ne contempla la possibilità e soprattutto perché non è consapevole di vivere un disagio. Il compito di cogliere i segnali di allarme spetta ai genitori, agli insegnanti e, si spera di no, ad assistenti sociali o ai legali successivamente ad episodi gravi.
Il primo passo da compiere è quello di educare il bambino all’affettività, facendogli riscoprire i propri stati emotivi, renderlo ‘amico’ di se stesso. Successivamente, il bambino va educato all’affettività dell’altro, aiutandolo a capire che l’altro fuori da sé è un essere umano con le proprie emozioni, sentimenti, gioie e dolori e che le azioni da lui compiute portano a delle conseguenze. Con il bambino inoltre bisogna assolutamente creare un clima di fiducia e di gioco, bisogna instaurare un rapporto psicoterapeuta-paziente che non sia vissuto come tale, ma piuttosto di amicizia, di armonia: far comprendere al bambino che è possibile fidarsi e che è possibile che un’altra persona possa volergli bene.
Parallelamente, a questo c’è  tutto un percorso di rielaborazione dei vissuti personali del bambino, molto probabilmente costellati da ricordi negativi, spesso traumi, che vanno quindi analizzati e compresi per permettere al bambino di capire cosa gli è successo, rielaborare il proprio passato con un’ottica propositiva verso il suo futuro”.

Si ringrazia il Dottor Marco Magliozzi

Luigi Cacciatori

Profilo dell'autore

Luigi Cacciatori
Luigi Cacciatori
Giornalista pubblicista. Ha una laurea in Economia Aziendale e successivamente ha conseguito una seconda laurea in Scienze dell’Amministrazione e della Sicurezza. Appassionato di Crime e studi sull'omicidio seriale, ha conseguito un master in Criminologia presso l’Università "Sapienza" di Roma. Collabora con la testata giornalistica InfoOggi.it

Luigi Cacciatori

Giornalista pubblicista. Ha una laurea in Economia Aziendale e successivamente ha conseguito una seconda laurea in Scienze dell’Amministrazione e della Sicurezza. Appassionato di Crime e studi sull'omicidio seriale, ha conseguito un master in Criminologia presso l’Università "Sapienza" di Roma. Collabora con la testata giornalistica InfoOggi.it

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