Il profilo criminologico di un terrorista islamico. Intervista al Dottor Fabio Delicato

NAPOLI, 18 APRILE 2018 – Francia, Regno Unito, Germania, Belgio, Russia, America. Questi Paesi, e non solo, sono stati ‘teatro’ negli ultimi anni della follia omicida dei combattenti, reali o presunti, del sedicente Stato Islamico.

Mezzi pesanti sulla folla, accoltellamenti, colpi d’ascia o machete, ordigni che esplodono in luoghi affollati. Sono queste le modalità esecutive più comuni messe in atto dai ‘lupi solitari’ per colpire al cuore il mondo occidentale. Oltre a mietere vittime, gli adepti dell’autoproclamato Isis hanno l’obiettivo di alimentare la paura e infondere un senso di impotenza dinanzi ad una minaccia, che non sempre si può prevedere e neutralizzare.

Dottor Delicato, quali profonde ed intrinseche motivazioni spingerebbero un Lupo Solitario a commettere efferate stragi omicidiarie?
“Beh, citando il Prof. George Palermo, noto criminologo americano, sembra esserci in loro un misto di odio e onnipotenza, sostenuto e spinto da un credo religioso che anticipa loro uno stato di beatitudine celeste al fianco di Allah; senza tuttavia escludere una probabile e massiccia opera di manipolazione mentale subita, veicolata abilmente in questo caso con il credo religioso. Il Lupo Solitario, se così vogliamo definirlo, non è mai realmente solitario in questi casi; anche se non è gestito direttamente da capi della rivoluzione islamica ha comunque frequenti contatti in varie forme con altre persone con cui condivide ideali e scopi. Spesso viene “addestrato” in zone calde, oppure via internet”.

In quali contesti sociali e personologici l’Isis può trovare una facile via di penetrazione?
“Sicuramente in contesti difficili come quelli degli scenari di guerra dove povertà, guerre e mancanza di sostentamenti aumentano la frustrazione per la situazione personale e l’odio verso “il nemico”, magari additato come responsabile di lutti familiari o della stessa condizione sociale. Questi soggetti credono fermamente di essere nel “Bene” ma da un punto di vista pratico poi si contraddicono mietendo vittime innocenti, in una condizione di dissonanza cognitiva che giustifica moralmente le loro azioni ai propri occhi. Ciò può accadere anche in Paesi occidentali, in particolare Europa o USA dove immigrati di seconda generazione, in condizioni sociali degradate, vivono forti frustrazioni personali e sociali”.

Potrebbe tracciare il profilo criminologico di un terrorista islamico e quello di un ‘lupo solitario’?
“In realtà, è sempre molto complicato tracciare un profilo di questi soggetti. Possiamo dire che il lupo solitario spesso è un giovane dai 20 ai 30 anni di famiglia islamica ma di seconda generazione, spesso nato e cresciuto in un paese non musulmano. Il classico Terrorista islamico invece, era nato e cresciuto in un paese musulmano, arruolato poi in qualche modo da Al Qaeda ed addestrato per scopi terroristici. Preciso, però, che questo è solo un vago tentativo di differenziare le due tipologie visto che, come ho detto prima, è complicato tracciare un vero e proprio profilo psicologico in questi casi”.

Molti analisti individuano le case circondariali come un luogo di reclutamento e proselitismo al fondamentalismo islamico. È della stessa opinione?
“Purtroppo la realtà dei fatti è questa, sebbene non sia l’unico luogo in cui prolifera il proselitismo islamico. Ma vi è da precisare che non è solo il proselitismo islamico a proliferare negli istituti carcerai, storicamente anche altre organizzazioni criminali riescono ad affiliare adepti tra quelle mura”.

Cosa rappresentano, dal punto di vista simbolico, le vittime della furia omicida di un adepto dello Stato Islamico?
“Continuando il discorso di cui sopra, ovvero che nella loro visione sentono di combattere dal lato del Bene, questi soggetti attuano una disumanizzazione della vittima, anzi delle vittime, accomunandole tutte ideologicamente al Male poiché appartenenti a quella società che loro così identificano; ciò permette loro un meccanismo di giustificazione morale anticipatorio all’azione con la deumanizzazione delle future vittime”.

Per i criminologi esiste la difficoltà di tracciare un profilo dei terroristi islamici rispetto a quanto accadeva, invece, per i miliziani di Al Qaeda?
“In effetti è così, sebbene anche il profilo dei miliziani di Al Qaeda fosse complesso e variegato, oggi lo è ancora di più”.

Qual è la differenza tra un mass murder e un terrorista?
“I Mass Murder in genere non agiscono spinti da ideazioni religiose fomentate da altri, come nel caso dei terroristi; sebbene ci siano punti di contatto le due categorie sono estremamente differenti. In questa sede è anche il caso di differenziare tra gli stessi terroristi, la categoria del Kamikaze ovvero colui che si immola e sa per certo di andare a morire, dai combattenti che sebbene mettano in conto che possano perdere la vita, non ne hanno l’assoluta certezza ed anzi mettono in atto anche piani di fuga”.

I jihadisti dello Stato Islamico hanno perso potere, terreno, e le loro roccaforti in Iraq e Siria. Queste condizioni, secondo il suo parere, hanno causato una profonda ferita narcisistica?
“E’ molto probabile che la perdita di territorio e di siti strategici possa aver avuto un forte contraccolpo nelle milizie dell’ISIS, ma il rovescio della medaglia è che ciò possa far acuire l’efferatezza delle loro azioni e portare potenzialmente a nuovi attentati all’esterno di tali territori. Una bestia ferita diventa più aggressiva nel combattimento e se non la si affronta nel modo giusto è ancora più pericolosa”.

Quali potrebbero essere i prossimi scenari del terrore?
“Questa è una domanda davvero difficile. Purtroppo credo che gli atti dei cosiddetti lupi solitari possano aumentare, così come ci ha dimostrato la scorsa estate con l’attentato sulla Rambla a Barcellona. E’ difficile prevedere un obiettivo specifico, possiamo presumere comunque che gli stati più a rischio siano quelli con un ruolo centrale nella guerra contro l’ISIS (in particolare USA, Francia, Inghilterra) e con un grande numero di musulmani cittadini di questi paesi di seconda generazione. Ciò però non diminuisce il pericolo anche per gli altri paesi NATO, come la Spagna appunto, e l’Italia. Sul nostro Paese però, sento di dare una mia opinione personale, che preciso essere solo una opinione e per questo opinabile: l’Italia, a causa di una situazione geopolitica ed antropologica quasi unica nel suo genere, essendo anche la porta principale verso l’Europa dell’immigrazione, dove alcune volte si nascondono e confondono personaggi discutibili e potenziali terroristi, ha minori possibilità di un vero e proprio attentato in grande stile. Semmai, a mio avviso, è più probabile che qualche Lupo Solitario, magari anche con pochi contatti e nessuna gestione dall’alto, possa mettere in opera in modo molto artigianale qualche atto – da definire terroristico – ma con scarse potenzialità (soprattutto in confronto ad attacchi organizzati come ad esempio quelli di Londra o Parigi)”.

Si ringrazia il Dottor Fabio Delicato, Psicopatologo forense e Criminologo

Luigi Cacciatori

Profilo dell'autore

Luigi Cacciatori
Luigi Cacciatori
Giornalista pubblicista. Ha una laurea in Economia Aziendale e successivamente ha conseguito una seconda laurea in Scienze dell’Amministrazione e della Sicurezza. Appassionato di Crime e studi sull'omicidio seriale, ha conseguito un master in Criminologia presso l’Università "Sapienza" di Roma. Collabora con la testata giornalistica InfoOggi.it

Luigi Cacciatori

Giornalista pubblicista. Ha una laurea in Economia Aziendale e successivamente ha conseguito una seconda laurea in Scienze dell’Amministrazione e della Sicurezza. Appassionato di Crime e studi sull'omicidio seriale, ha conseguito un master in Criminologia presso l’Università "Sapienza" di Roma. Collabora con la testata giornalistica InfoOggi.it

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