Serial killer e Psicopatia. Intervista al Criminologo Simone Montaldo

Il fenomeno dei serial killer è antichissimo nella storia e sempre più attuale. La prima definizione ufficiale di assassino seriale viene elaborata nel 1979 dagli agenti speciali del Dipartimento di Scienze Comportamentali dell’FBI, che nel classificare i soggetti responsabili di omicidio multiplo, in relazione alle modalità esecutive del reato, considerano serial killer chi uccide tre o più vittime in luoghi diversi e con un periodo di intervallo emotivo fra un omicidio e un altro.

Secondo gli addetti ai lavori, molti seriali condividono alcuni pattern della Psicopatia: mancanza/deficit di empatia, assenza rimorso e senso di colpa, mancanza di interesse per il prossimo. Qual è il legame tra la Psicopatia e i serial killer e, soprattutto, quali ragioni intrinseche spingerebbero alcuni individui a compiere delitti con particolari caratteristiche di mostruosità? Per comprendere meglio il fenomeno, abbiamo raggiunto il Dottor Simone Montaldo, Psicologo Clinico, Criminologo, docente universitario e presidente dell’associazione “Ophir Criminology”.

“Innanzitutto – esordisce così il Criminologo – voglio ringraziare lei e la sua redazione per avermi rivolto delle domande che si discostano dal solito approccio “holliwoodiano” ad un tema tanto controverso come quello degli assassini seriali. Vi ringrazio perché mi date l’opportunità di approfondire il tema partendo da aspetti più tecnici (per così dire), che mi consentono di provare a fare chiarezza (per quanto mi è possibile) in un ambito dove l’approssimazione la fa da padrona. Purtroppo, il campo della criminologia soffre oggi di una patologia che sembra inguaribile e che ogni giorno toglie inesorabilmente consistenza ad una disciplina che per la sua complessità e per la multidisciplinarità intrinseche, meriterebbe maggiore rigore e serietà. In sintesi, lo stato dell’arte è il seguente: “persone impreparate e improvvisate esprimono pareri superficiali su problemi complessi portando il dibattito dal piano scientifico a quello del chiacchiericcio da bar e dal piano del parere motivato a quello dell’opinione”.
Per concludere, vorrei condividere quella che è una delle acquisizioni che l’esperienza professionale mi ha regalato in questi anni e cioè che chi lavora su tematiche delicate e controverse, specie in un ambito critico quale quello delle scienze forensi, ha il dovere morale di rinunciare alle opinioni e di esprimersi solo nei limiti di ciò che è acquisito e condiviso dalla comunità scientifica e deve basarsi sulle evidenze più che sulle interpretazioni personali. Ciò significa che dove non ci siano elementi sufficienti a fornire pareri e valutazioni affidabili, è dovere professionale astenersi dall’esprimere mere opinioni”.

Dottor Montaldo, qual è la differenza tra un assassino seriale e un pluriomicida?

“Di fatto, l’assassino seriale è un pluriomicida; le distinzioni fra le due categorie sono di tipo prettamente teorico, ovvero sono il frutto di tentativi di categorizzazione della tipologia di un criminale in funzione delle modalità di esecuzione del crimine. Le distinzioni fanno riferimento principalmente alle modalità di esecuzione – che nel caso del SK dovrebbero avere caratteristiche di particolare efferatezza, che non dovrebbe essere legata alla finalizzazione dell’atto – e alla motivazione. Nel caso di pluriomicidi “comuni”, dovrebbero esserci modalità di esecuzione la cui efferatezza è finalizzata e proporzionata allo scopo dell’azione (omicidio) e le cui motivazioni dovrebbero essere rinvenibili in un senso lineare. Come giustamente lei dice nella premessa all’intervista, le prime definizioni nascono in seno ad una nota agenzia Governativa Statunitense (FBI), alla fine degli anni 70, in risposta ad esigenze pratiche, quale ad esempio quella di classificare gli assassini per agevolare le comunicazioni fra operatori. Questa è l’unica funzione pratica delle categorizzazioni criminologiche in questo campo, una funzione più legata alla gestione e allo scambio di dati e informazioni più che allo svolgimento delle indagini. A partire da quelle prime definizioni ci sono state alcune evoluzioni teoriche. Sempre in ambito FBI, il modello si è evoluto in senso motivazionale: il focus si è centrato su fattori psicosociali e cognitivi. Si è assegnato un ruolo vitale alle esperienze infantili in ambienti anaffettivi (traumi, genitori inefficaci nel ruolo educativo, violenze subite o assistite etc.). Altre teorie si sono inserite nel dibattito sul tema, come quella di Hickey che col suo “trauma control model” dà importanza centrale ad eventi traumatici che possono causare nel soggetto l’insorgere di sentimenti di inadeguatezza e bassa autostima. Ciò porterebbe all’uso della fantasia come sostituto di relazioni positive e legami sociali reali, oppure potrebbe far insorgere meccanismi di dissociazione per far fronte al trauma. Secondo Hickey, alcuni Sk mostrerebbero fattori predisponenti poi aggravati dall’uso di droghe, alcol, materiale pornografico etc. Il punto è che nessuna di queste teorie si è rivelata sufficientemente solida e affidabile.
Il problema sta in un equivoco di fondo che ha portato alcuni studiosi e alcuni investigatori a pensare che le categorizzazioni nate per scopi classificatori e di gestione dei dati potessero essere usate in modo inverso, come strumento di previsione del comportamento o di individuazione di un reo sconosciuto. Questo è un errore logico, espressione di modalità di ragionamento circolari e antiscientifiche.
Uno dei miti più deleteri, che ha alimentato speculazioni teoriche a dir poco fantasiose, è quello sull’importanza del movente! Spesso capita di sentire alcuni esperti/criminologi – come li chiamo io – “opiniologi”, che, in TV o su alcune riviste di gossip giudiziario, fanno valutazioni sull’importanza del “movente psicologico” dei reati, specie in caso di omicidi seriali, con deliri e speculazioni che sarebbero degni più di un mago di paese che di uno scienziato. Questi soggetti vendono se stessi come profondi conoscitori della psiche umana, in grado di capire dalla posizione di un corpo sulla scena del crimine, che tipo di rapporto il reo (sconosciuto) ha avuto con la madre durante l’infanzia. La realtà è chiaramente un’altra: il movente ha un peso investigativo solo nei casi in cui si ha un’idea dell’identità del reo e si può dunque profilare una descrizione della relazione che intercorreva fra presunto reo e vittima; nelle dinamiche e negli eventi accertati nell’ambito della relazione si può delineare un movente. Chi lavora sul campo lo sa bene, se si chiede più volte nel tempo ad un autore di reato, il motivo per cui ha commesso quello specifico atto, si avranno probabilmente risposte diverse. Questo perché i motivi di un’azione sono, paradossalmente, la parte meno chiara e stabile dell’idea che lo stesso autore ha dell’atto. Le motivazioni sono quasi sempre molteplici e soggette a continue revisioni dopo che l’azione è stata compiuta, sono una delle parti del vissuto, più permeabili al cambiamento e alla ristrutturazione, alla luce di nuove esperienze, del trascorrere del tempo e della elaborazione a posteriori. Dunque, viene da sé, che ogni categorizzazione basata sul movente, come quella che distingue il SK dall’autore di omicidi plurimi, è priva di consistenza e di utilità investigativa”.

Quante tipologie di serial killer esistono?

“Nelle categorizzazioni accademiche, le tipologie di SK note sono diverse, alcune più generali basate sulla “motivazione” e altre più legate a dettagli criminodinamici specifici, come ad esempio il comportamento sulla scena del crimine e/o le modalità di spostamento sul territorio. Le tipologie basate sulla motivazione sono state individuate prima in ambito FBI, poi riviste e perfezionate da Mastronardi e Palermo nel 1995, e sono:

 SK visionario
 SK missionario
 SK edonista
 SK orientato al controllo
 SK lussurioso (lust-murder)

Per quanto riguarda le distinzioni basate sul comportamento sulla scena del crimine, come teorizzato da Ressler nel 1988, le principali sono:

 SK organizzato
 SK disorganizzato

In questo caso, va osservato che tale distinzione è priva di qualsiasi riscontro empirico, visto che, come gli operatori sanno benissimo, non esistono scene del crimine totalmente organizzate o totalmente disorganizzate. La gestione della scena del crimine non è espressione diretta della personalità del reo, è piuttosto legata ad elementi concreti come: l’esperienza criminale, lo stato emotivo al momento del crimine, la capacità di gestione dello stress e una lunga serie di variabili che sono contingenti al momento, al luogo e al contesto fisico e sociale in cui l’atto viene compiuto.

Infine, le distinzioni basate sulle modalità di spostamento concettualizzate da Hickey nel 1990, sono:

 SK itineranti
 SK locali
 SK stazionari

E’ chiaro, che non approfondirò qui le singole definizioni, visto che è possibile farlo autonomamente e con molta semplicità, e ritengo che sia più utile andare al nocciolo della questione, cercando di rispondere alle due domande fondamentali che seguono.

 Ferma restando l’importanza delle teorie sopra elencate, è possibile nella pratica assegnare un singolo assassino seriale ad una specifica categoria? La risposta è NO. Assegnare un reo sconosciuto ad una categoria in base ad alcuni indici comportamentali, la cui importanza non è peraltro verificabile, è un’operazione velleitaria e potrebbe condurre alla elaborazione di vere e proprie tesi investigative in astratto, svincolate dalla realtà dei fatti.
 Che utilità ha da un punto di vista investigativo (quando cioè il reo è sconosciuto) questa operazione? Le ipotesi generate attraverso un processo meramente inferenziale e basate su dati non adeguatamente verificati, vengono processate, con tutta probabilità, in modo verificazionista, ovvero cercando selettivamente elementi che confermino le ipotesi iniziali, allo scopo di dare coerenza a letture della realtà fondate sulla interpretazione soggettiva dell’osservatore. Diventa un esercizio autoreferenziale che ha la stessa consistenza investigativa della lettura dei tarocchi.

Infine, non si può dire che esistano diverse tipologie di SK, piuttosto ci sono diverse categorizzazioni teoriche dei criminali seriali, che hanno senso solo una volta che i soggetti sono noti e le responsabilità sono accertate, e che possono essere utili per agevolare la comunicazione fra gli operatori e la sistematizzazione dei dati relativi ai casi risolti. Naturalmente, questo tipo di informazioni devono riguardare elementi osservabili e verificabili, e vanno processate con gli strumenti della statistica, per poterne stabilire la frequenza e la significatività. E’ molto difficile e rischioso cercare di incasellare i criminali in categorie rigide e definite. Di fatto, le variabili in gioco nelle diverse espressioni del comportamento umano sono tantissime e la loro interazione genera una varietà di configurazioni tale, da non poter essere del tutto conosciuta (e meno che mai prevista) neppure nella valutazione di uno stesso soggetto attraverso il tempo, figurarsi se si tratta di soggetti diversi”.

Perché alcuni individui diventano assassini seriali? Esistono fattori predisponenti e scatenanti?

“Questa domanda appartiene a quella categoria a cui facevo riferimento nella premessa, ovvero le domande a cui non si possono dare risposte affidabili, a meno di voler esprimere delle opinioni che possono essere più o meno argomentate, ma comunque mai verificate. In sintesi, allo stato dell’arte, non si può dire perché si diventi serial killer, né esistono fattori predisponenti o scatenanti che siano univocamente connessi al comportamento dell’assassino seriale. L’evoluzione dell’individuo è un processo complesso e continuo, che inizia alla nascita e si protrae nel corso delle varie fasi dell’esistenza, e si esplica nell’interazione fra l’organismo e l’ambiente, in tutte le condizioni possibili. Certo, ripercorrendo a ritroso le storie di vita di alcuni SK si può pensare che ci siano dei segni precursori o delle esperienze comuni, ma è una sensazione ingannevole, perché priva di consistenza statistica e scientifica. Allo stato attuale, l’evoluzione del comportamento di un individuo non si può prevedere, per quanto alcuni ancora cerchino di sostenere la tesi contraria, provando goffamente a supportare la loro visione con il riferimento a discipline che sono state ampiamente sconfessate dalla comunità scientifica internazionale, come la genetica comportamentale o, peggio ancora, con desuete letture psicoanalitiche del concetto di trauma. La realtà è che non si può prevedere che un soggetto in corso di sviluppo diventi un giorno un SK, più di quanto non si possa prevedere quali saranno le sue scelte lavorative o i suoi hobby. La scienza procede a piccoli passi e lo studio del comportamento e dei processi mentali ad esso connessi, procede a passi piccolissimi. Non si può pensare di spiegare fenomeni complessi con schemi interpretativi rigidi, basati su “griglie logiche a maglie larghe”, che semplificano la ricerca forzando i casi particolari in categorie preconfezionate, contraddicendo lo spirito stesso dell’indagine scientifica e riducendola ad un esercizio di speculazione che fa della realtà un semplice spunto per elucubrazioni autoreferenziali astratte e prive di utilità”.

Qual è il legame tra la Psicopatia e i serial killer?

“Questa domanda è molto interessante, perché apre la porta alla complessità del mondo della psicopatologia e alla estrema difficoltà che si incontra quando si vuole fare riferimento ad una classificazione nosografica (come quella della psicopatia), per spiegare e/o analizzare il comportamento antisociale. Quello dei SK è sicuramente un esempio paradigmatico di un comportamento che pone l’individuo al di là delle comuni nozioni di devianza, ma non dobbiamo farci fuorviare dal giudizio morale, né tanto meno dal “fascino” che tutto ciò che è “estremo” e che supera i confini dell’immaginazione comune, può esercitare. Tutti gli approfondimenti scientifici e le ricerche sul tema dei SK hanno condotto alla consapevolezza che l’incidenza di condizioni psicopatologiche – che si tratti di disturbi di personalità o psicosi vere e proprie – all’interno di questo ristretto campione, non è diversa da quella che si riscontra nella popolazione generale. L’assassino seriale psicopatico è un mito holliwoodiano e se è vero che alcuni tratti di personalità disfunzionali possono sussistere in questi soggetti, è altrettanto vero che questa è solo una parte delle complesse ramificazioni che si sviluppano nel dispiegarsi del rapporto fra organismo e ambiente, nel corso della vita di un individuo. Il comportamento e le interazioni sociali sono allo stesso tempo espressione e mezzo di formazione dell’identità personale. Le passioni, le emozioni, le aspettative e i desideri di ciascuno di noi sono l’esito di un intricato processo di interazione fra l’organismo, la mente e l’ambiente, e nessuno di noi, pur vivendo in prima persona le proprie esperienze, ha piena consapevolezza di questo processo. Si potrebbe dibattere a lungo sul concetto di Psicopatia come entità morbosa autonoma, e dunque sui criteri diagnostici utilizzati nel corso del tempo, con costanti aggiornamenti e revisioni, ma non è questa la sede, chiaramente. Certo è che nella definizione di Psicopatia, come osservano Hare e Cleckey, si fa riferimento prevalentemente alla dimensione affettiva e relazionale del soggetto. Si pongono in risalto elementi quali: l’impulsività, l’egocentrismo, l’assenza/carenza di empatia, l’assenza di senso di colpa, la mancanza di senso di responsabilità e la tendenza a sviluppare relazioni sociali superficiali, basate su istanze utilitaristiche. Altro elemento considerato rilevante nel comportamento dei soggetti psicopatici è quello dell’aggressività strumentale – finalizzata ad uno scopo – come sostenuto da Blair nel 2004, e da Kile & Hendren nel 2006, piuttosto che reattiva e affettivamente connotata. Detto ciò, alcuni elementi citati si possono riscontrare in alcuni SK, ma non sempre (anzi raramente) c’è una piena corrispondenza ai criteri diagnostici per la Psicopatia. Come abbiamo detto il comportamento umano è un oggetto di studio assai complesso, che richiede un approccio multidisciplinare in grado di approfondire l’osservazione su tutti i livelli, a partire da quello neurofisiologico fino a quello psicologico, riducendo l’impatto di bias valutativi e di interpretazioni soggettive fondate su riferimenti teorici di tipo psicodinamico e su asserzioni non verificabili. E’ oggi possibile identificare, attraverso l’uso delle comuni tecniche di neuroimaging, le diverse anomalie morfometriche a carico di specifiche aree cerebrali (ad es. l’amigdala e la corteccia ventromediale) che ci consentono di descrivere in modo più puntuale la genesi del comportamento e le modalità di reazione con cui un individuo risponde agli stimoli sociali.
Le modalità di percezione e di processamento delle informazioni provenienti dall’ambiente hanno una parte determinante nell’evoluzione del comportamento individuale. Passi importanti nella individuazione della collocazione topografica e dell’osservazione funzionale a livello cerebrale dei network neurali alla base del comportamento sociale, sono stati fatti negli ultimi anni da studiosi come Blair, Khiel, Colledge e Rubia e di recente un notevole impulso alla ricerca è stato dato dai ricercatori italiani.
A mio parere, una prospettiva di grande interesse è quella che riguarda i deficit nella capacità di riconoscimento delle emozioni altrui, già individuata da Deeley e Blair nel 2008, e che oggi può essere maggiormente approfondita grazie alle scoperte di scienziati italiani come il prof. Rizzolatti e il prof. Gallese. A questi ricercatori si deve l’individuazione di una particolare tipologia di neuroni, i neuroni specchio, che sembrano avere un ruolo centrale nel determinare la capacità di un individuo di riconoscere, identificare e prevedere, le azioni e le reazioni emotive dei conspecifici nel corso di interazioni sociali di varia complessità. Il discorso sarebbe molto lungo, ma voglio semplificare dicendo che se non siamo in grado di riconoscere a livello cerebrale (attraverso quella che Gallese definisce imitazione incarnata) nel nostro prossimo, le manifestazioni emotive in reazione ai nostri comportamenti, non siamo in grado di riconoscerlo come un nostro simile e sarà difficile (se non impossibile) condurre una interazione sociale completa, e meno che mai instaurare una vera relazione. A questo punto l’altro può facilmente essere percepito come un mezzo, come un oggetto manipolabile per raggiungere un fine “egoistico”, la soddisfazione immediata di un desiderio, sostanziando il livello più puro dell’atto della strumentalizzazione. Naturalmente, questa carenza ha conseguenze anche sulla evoluzione dell’identità personale, influendo sulla formazione del repertorio di rappresentazioni cerebrali che sta alla base del processo autodefinitorio, dal livello motorio a quello metacognitivo, che viene elaborato col tempo nella definizione del ruolo sociale. Siamo in un momento storico molto prolifico e nel quale si aprono prospettive sempre nuove che aspettano solo di essere approfondite e scandagliate dalla ricerca. E’ solo l’inizio di una lunga strada di cui non possiamo immaginare fino infondo le possibili direzioni future e le potenzialità”.

Secondo alcuni autori, gli assassini seriali uccidono per soddisfare il bisogno di esercitare il potere e il controllo su altri esseri umani e per affermare il proprio Sé. E’ della stessa opinione?

“A questa domanda risponderò in modo molto sintetico. Non si può dire che i SK agiscano per soddisfare il bisogno di esercitare il potere e il controllo su altri esseri umani e per affermare il proprio Sé. Sarebbe una lettura molto riduttiva del problema. Dico solo che forse dovremmo cercare di allontanarci dalla tradizionale “psicologia della motivazione”, che ci porta lontano dalla realtà e ne sminuisce la reale complessità con dozzinali messe in scena dialettiche, che non sono altro che interpretazioni statiche degli eventi, che possono affascinare i nostalgici, come il suono di un grammofono nell’epoca degli Mp4. Dovremmo piuttosto andare verso una “psicologia dell’azione”, che ci permetta di descrivere le dinamiche complesse di interazione fra individuo e ambiente, considerandone tutti i livelli sottostanti, a partire da quello cerebrale fino a quello comportamentale. Dovremmo concentrarci sulla descrizione del comportamento normale per poi poterne descrivere le manifestazioni meno convenzionali. E comunque, chi di noi non aspira al controllo degli altri (inteso, ad esempio, come l’esigenza di essere visti dagli altri esattamente come vorremmo essere visti oppure di essere amati come vorremmo essere amati e così via), e chi non desidera affermare il proprio sé (ad es. attraverso il raggiungimento di un certo status sociale)? Insomma, ancora una volta vediamo che i desideri dei SK sono gli stessi delle persone normali, ma ciò che cambia è il modo in cui vengono interpretati e perseguiti. Queste modalità si definiscono nel corso della storia di un individuo e nell’interazione di questo con l’ambiente, attraverso la formazione di un’identità e con l’espressione delle abilità di coping sociale, che sono condizionate a propria volta dalla capacità e dalla finezza con cui si è in grado di percepire ed interpretare la realtà. Voglio citare la risposta di un noto serial killer statunitense, Israel Keyes, che durante un interrogatorio risponde nel modo seguente ad una domanda dell’interrogante.

Interrogante: perché hai fatto tutto ciò che hai fatto?
Israel Keyes: perché mi andava di farlo!

A ben riflettere, questa risposta sarebbe sufficiente a sintetizzare tutta l’intervista”.

Riguardo la possibilità di riabilitare i serial killer, lo psicologo americano Joel Norris afferma che è impossibile. Sulla stessa lunghezza d’onda, riguardo però gli psicopatici, è la posizione di Robert Hare. E’ concorde?

“Per quanto riguarda le possibilità di riabilitazione sono concorde con quanto sostenuto da Norris ed Hare. Ad oggi non esistono protocolli terapeutici in grado di garantire il recupero sociale di questi soggetti. Ciò non significa che in un futuro molto lontano non si possa arrivare a questo risultato, ma certo c’è bisogno di una maggiore conoscenza del problema. Questa conoscenza non verrà certo dalle definizioni teoriche, né dalle speculazioni di “professionisti” dell’opinione, ma verrà dalla ricerca e da un approccio molecolare al problema e alla analisi della realtà.

Per concludere, vorrei consigliare a tutti gli appassionati la lettura di un documento facilmente reperibile e di semplice fruizione e che è stato elaborato proprio in seno a quell’agenzia governativa statunitense da cui tutto è iniziato: l’FBI. Nel 2014 in quel contesto, è emersa l’esigenza di fare chiarezza su tutte quelle errate valutazioni che poi hanno alimentato i miti che hanno allontanato il tema dei SK dal dibattito scientifico e l’hanno reso una icona pop e un blockbuster della criminologia da salotto. Il documento in questione è “Serial Murder, Multi-Disciplinary Perspectives for Investigators (Behavioral Analysis Unit, National Center for The Analysis of Violent Crime)”. Si tratta degli atti di un Simposio del 2014, a cui hanno partecipato 135 esperti:
 Appartenenti alle Forze di Polizia che hanno investigato con successo su casi di assassini seriali
 Specialisti in salute mentale
 Accademici
 Altri esperti che hanno studiato i SK e sono autori di pubblicazioni scientifiche
 Giudici e Pubblici Ministeri che hanno giudicato o condotto l’accusa in casi di assassini seriali
 Membri dei media che hanno informato il grande pubblico su questi casi

I presenti venivano da 10 Paesi dei 5 Continenti.

Lo scopo del simposio è quello di fare chiarezza sulla disinformazione che riguarda sia il grande pubblico che gli operatori. Di seguito do una sintesi delle conclusioni principali del Simposio:

 In genere il movente è difficile da individuare;

 Un assassino seriale può avere più motivi/moventi;
 Le motivazioni di un SK possono evolvere sia nell’ambito di un singolo omicidio che nell’intera serie;
 Le classificazioni delle motivazioni dovrebbero limitarsi a comportamenti osservabili sulla scena del crimine;
 Anche se un movente può essere identificato, potrebbe non essere utile alle indagini;
 Utilizzare le risorse investigative per discernere il movente invece che per identificare il reo potrebbe far deragliare le indagini;
 Gli investigatori non devono necessariamente equiparare il movente alla efferatezza dell’aggressione;
 Indipendentemente dal motivo, gli assassini seriali compiono crimini perché lo vogliono. Le eccezioni a questa regola riguardano soggetti affetti da franche patologie mentali”.

Luigi Cacciatori

Intervista pubblicata su InfoOggi.it

Profilo dell'autore

Luigi Cacciatori
Luigi Cacciatori
Giornalista pubblicista. Ha una laurea in Economia Aziendale e successivamente ha conseguito una seconda laurea in Scienze dell’Amministrazione e della Sicurezza. Appassionato di Crime e studi sull'omicidio seriale, ha conseguito un master in Criminologia presso l’Università "Sapienza" di Roma. Collabora con la testata giornalistica InfoOggi.it

Luigi Cacciatori

Giornalista pubblicista. Ha una laurea in Economia Aziendale e successivamente ha conseguito una seconda laurea in Scienze dell’Amministrazione e della Sicurezza. Appassionato di Crime e studi sull'omicidio seriale, ha conseguito un master in Criminologia presso l’Università "Sapienza" di Roma. Collabora con la testata giornalistica InfoOggi.it

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